Favole
Fabulae
Lavorando nel mondo dell'infanzia s'impara ad adattare il proprio codice linguistico a quello dei bambini, operando, in tal modo, una continua sintesi e traslazione di forme e di contenuti da comunicare in funzione dei piccoli interlocutori.
Al tempo stesso avviene un fenomeno inverso: l'analisi e la reinterpretazione dei messaggi che, utilizzando differenti codici (linguistici, paralinguistici, extralinguistici), essi inviano in continuazione all'adulto cui sono affidati. Si stabilisce, quindi, un'alleanza comunicativa e pedagogica profonda, che inevitabilmente va a modificare il reticolato complesso delle emozioni e delle conoscenze di cui l'adulto è portatore.
Il maestro consapevole di essere stato accolto in un mondo diverso, popolato da pensieri e visioni della realtà diversi, re-impara un linguaggio apparentemente superato e riesce così a mediare linguisticamente la sua visione della realtà con quella dei bambini.
Si entra, a volte e soprattutto con i più piccini, in una dimensione favoleggiante del linguaggio, dove le regole semantiche e sintattiche vengono rimodellate sulla base delle retroazioni e delle deissi che quel piccolo e fragile pubblico costantemente rimanda.
Diffido fortemente, infatti, degli adulti che comunicano con i piccoli come se fossero loro pari. È un atteggiamento devastante, che disorienta ed angoscia il bambino.
Quando decisi di lasciare il mio lavoro di maestra, alla vigilia dell'abbandono, mi resi conto che non potevo annunciare ad una classe di 25 bambini di 8 anni che dal lunedì successivo non sarei più tornata: non avrebbero potuto capire perché andassi via, non avrebbero potuto contenere il dolore, l'angoscia ed il sottile senso di colpa che il mio gesto avrebbe provocato.
Malgrado alcune colleghe mi esortassero ad essere "schietta e trasparente", fui ferma nel non dire nulla, sapevo che non era quello il modo: bisognava "favoleggiare" un po' sulla realtà, attenuare il distacco, utilizzare la mitezza della vana attesa, lasciare intatto un lembo di speranza per tessere il tempo della rielaborazione del lutto.
Pregai la mia collega di matematica (io ero l'insegnante di lingua italiana, oltre che d'informatica) di rivelare la perdita un po' alla volta, nel tempo; sarebbe stato più sopportabile. Invece non fu così: sabato fu l'ultimo giorno che andai a scuola e lunedì quattro colleghe, compresa la supplente, si presentarono in classe annunciando, come in una sorta di spettacolo osceno, che io ero andata via, ad insegnare all'università e che non sarei più tornata. La sera stessa seppi dell'accaduto e mi fu diffiicile non pensare, unitamente ad un enorme interrogativo (perché parlare così ai bambini?) che a volte la stupidità ben si coniuga con l'ignoranza.
Io ho lasciato i bambini, ma essi non hanno mai lasciato me, e, benché non abbia mai avuto velleità letterarie nè desiderio di esporre la mia vita privata su Internet (qui non c'è curriculum vitae, nè vetrina degli onori), dedico Fabulae a loro, perché devo a loro l'aver appreso ad essere un'insegnante umana e, ovunque la mia strada professionale mi condurrà, la mia mente sarà sempre popolata dagli sguardi di Francesco, di Roberta, di Antonello, di Valeria, di Piero e di tanti altri che mi hanno trasportata, per anni, in un mondo con cui credevo di aver pareggiato i conti una volta per tutte.
Anche questo è un percorso didattico, ma qui il fine da perseguire non è più la diffusione del software libero nella scuola; in realtà questo è solo uno strumento per poter pubblicamente riflettere su quel concetto di "humanitas" caro a Terenzio, che molti educatori, ma anche molti sostenitori del software libero, presi dalla sterilità del virtuosismo tecnico o dei loro conflitti insoluti, lasciano morire.
Fabulae è solo un modo come un altro di favoleggiare sulla realtà. Destinato ad un pubblico adulto, che l'adulto ne colga liberamente il significato.
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